“People First”: il libro di Igor Macori  

foto Igor Macori
Un libro che parte da una convinzione semplice, ma spesso dimenticata: la tecnologia funziona davvero solo quando è progettata attorno alle persone. Quasi sempre il problema non è la tecnologia. È l'approccio.

Denise Cumella, CEO e Founder di Libri d’Impresa e The Boss Books, l’agenzia di editoria aziendale italiana e internazionale che si occupa di libri per imprenditori e professionisti, insieme al suo team ha pubblicato il libro di Igor Macori: “People First” – Come ripensare il lavoro digitale partendo dai bisogni delle persone.

La trasformazione digitale è un percorso obbligatorio per qualsiasi azienda. Eppure spesso, le nuove soluzioni digitali introdotte vengono ignorate o adottate con scarso entusiasmo, portando a spreco di investimenti e insoddisfazione dei dipendenti.

Se la maggior parte dei progetti di modern work fallisce è perché parte dalla tecnologia anziché dalle persone.

L’approccio people-first si fonda sulla convinzione che solo partendo dalla comprensione profonda dei bisogni reali di chi lavora è possibile progettare soluzioni che coniughino le esigenze delle persone con gli obiettivi organizzativi.

Il libro di Igor Macori nasce da oltre trent’anni di esperienza sul campo, tra progetti di digital transformation, modern work, intranet, collaborazione, intelligenza artificiale.

Nel libro potrai scoprire come:

  • Progettare intranet e digital workplace che rispondano ai bisogni reali dei dipendenti
  • Utilizzare strumenti come Microsoft 365, SharePoint e Copilot per migliorare la produttività e la collaborazione
  • Implementare processi di lavoro più efficienti e automatizzati
  • Curare l’adozione delle nuove soluzioni
  • Affrontare le sfide del lavoro ibrido e creare un ambiente di lavoro flessibile e inclusivo
  • Sfruttare l’intelligenza artificiale per aumentare la creatività e l’efficienza.

People First di Igor Macori è disponibile su Amazon e sui principali canali di vendita online.


Igor Macori propone un approccio alla trasformazione digitale che ribalta la prospettiva tradizionale “tool-first” (incentrata sullo strumento), mettendo al centro i bisogni reali delle persone e delle organizzazioni

Il cuore del libro si può riassumere in questo assunto:

La tecnologia non è il punto di partenza. Non è la tecnologia a guidare il cambiamento.
Le persone lo sono.
Solo con la comprensione profonda dei bisogni delle persone e delle organizzazioni è possibile realizzare soluzioni digitali realmente utili, destinate a essere adottate con entusiasmo e a generare valore duraturo.

Nel libro People First questo messaggio viene approfondito con esempi, modelli, best practice e casi reali.

Igor Macori ha tradotto questa filosofia, basata su oltre 30 anni di esperienza, in linee guida operative, esempi concreti e best practice che parlano sia ai leader aziendali sia ai professionisti della digital transformation.


Igor Macori è un esperto di trasformazione digitale con oltre 30 anni di esperienza nel settore. La sua carriera è iniziata nel 1991, quando si occupava di formare le persone all’uso dei primi personal computer, un’esperienza che gli ha permesso di osservare l’evoluzione tecnologica dal punto di vista dell’utente finale.

Si occupa di consulenza e formazione sul mondo delle tecnologie dal 1991. Come architect e strategist, segue progetti per il modern work da oltre 25 anni, sia in termini di soluzioni intranet e digital workplace, che di soluzioni per la modern collaboration e per migliorare l’employee experience.

È autore di diversi libri dedicati a Microsoft SharePoint, Office 365, Office e Windows. Già CEO di Green Team IT S.r.l., società specializzata in progetti e soluzioni per il modern work, è ora socio ed Head of Business Innovation per il gruppo FAR Networks.

LIBRI D’IMPRESA (LI): “Igor, nel libro emerge con forza un’idea: la trasformazione digitale non può essere affrontata solo come una questione tecnologica. Da dove nasce questa convinzione?”

Igor Macori (I.M.): “Nasce dall’osservazione diretta di quello che succede nelle aziende. Per molto tempo la trasformazione digitale è stata raccontata soprattutto come un tema di strumenti, piattaforme, automazione e innovazione tecnologica. Ma nella pratica ci si accorge che i progetti funzionano solo quando si comprende che al centro ci sono le persone. Se non si tiene conto di come lavorano, di cosa le blocca, di come cambiano abitudini, responsabilità e cultura organizzativa, anche la tecnologia migliore rischia di restare sottoutilizzata o di generare nuove inefficienze.”

LI: “Nel libro insisti sul fatto che mettere le persone al centro non sia una posizione teorica o valoriale, ma una scelta concreta. Perché?”

I.M.: “Perché spesso si pensa che parlare di persone significhi assumere un tono idealistico o persino buonista. In realtà è l’esatto contrario, mettere le persone al centro è una scelta profondamente pragmatica. Un approccio People First produce effetti tangibili sull’organizzazione, perché migliora l’adozione degli strumenti, aumenta la produttività reale, riduce gli sprechi e le inefficienze, migliora l’esperienza di lavoro e rafforza anche la capacità dell’azienda di trattenere talenti. Quando le persone lavorano meglio, lavora meglio anche il sistema nel suo complesso.”

LI: “Qual è, secondo te, l’errore più frequente che le organizzazioni commettono quando avviano progetti di modern work?”

I.M.: “Succede spesso che si introducano nuovi strumenti con l’idea che basti metterli a disposizione per generare automaticamente un cambiamento positivo. Ma non funziona così. Se non ci si chiede prima come quei tool si inseriscono nei flussi reali di lavoro, nelle competenze esistenti, nelle resistenze culturali e nelle esigenze quotidiane di chi dovrà usarli, il rischio è che il progetto resti sulla carta o venga percepito come un’imposizione.”

LI: “Nel tuo approccio, che cosa significa ‘People First’?”

I.M.: “Significa progettare il cambiamento a partire dall’esperienza concreta delle persone. Vuol dire osservare come lavorano, ascoltare i loro bisogni, comprendere dove si generano frizioni e dove invece si possono liberare energie. Non è uno slogan, ma un criterio operativo: significa costruire processi, strumenti e modelli organizzativi che siano realmente adottabili e utili. Solo così la trasformazione smette di essere un piano astratto e diventa un’evoluzione sostenibile.”

LI: “Quindi il tema non è essere contro la tecnologia?”

I.M.: “No. La tecnologia è fondamentale, ma da sola non basta. Il punto non è ridurne l’importanza, bensì restituirle il ruolo corretto, quello di leva al servizio del lavoro delle persone, non di fine in sé. Quando viene introdotta con questo sguardo, la tecnologia può davvero semplificare, abilitare collaborazione, aumentare l’efficacia e sostenere risultati migliori. Quando invece diventa il centro esclusivo del progetto, rischia di complicare.”

LI: “Nel libro si parla anche di produttività reale. Perché hai sentito il bisogno di sottolineare questo aspetto?”

I.M.: “Perché molto spesso si confonde la produttività con la semplice accelerazione delle attività o con l’aumento del numero di strumenti disponibili. La produttività reale, invece, ha a che fare con la qualità del lavoro, con la riduzione delle dispersioni, con la capacità di concentrarsi meglio e collaborare in modo più efficace. Se un’organizzazione introduce nuove tecnologie ma aumenta la frammentazione, il sovraccarico o la discontinuità, non sta migliorando sta solo spostando il problema.”

LI: “Che rapporto c’è, nel tuo libro, tra employee experience e performance aziendale?”

I.M.: “C’è un rapporto strettissimo. Spesso questi due aspetti vengono trattati come se appartenessero a piani diversi: da un lato il benessere delle persone, dall’altro i risultati dell’organizzazione. In realtà sono profondamente collegati. Se l’esperienza di lavoro è confusa, dispersiva o frustrante, anche la performance ne risente. Se invece le persone hanno contesti più chiari, strumenti più coerenti e una migliore qualità del lavoro quotidiano, l’intera organizzazione diventa più efficace, più veloce e più solida.”

LI: “Nel messaggio del libro emerge anche il tema della retention. Perché oggi è così importante?”

I.M.: “Perché trattenere i talenti non dipende solo da incentivi economici o opportunità di carriera. Dipende anche dalla qualità dell’esperienza che le persone vivono ogni giorno dentro l’organizzazione. Se lavorare significa convivere con complessità inutili, strumenti poco integrati, processi macchinosi e scarso ascolto, il legame con l’azienda si indebolisce. Al contrario, un ambiente di lavoro ben progettato, più umano e più funzionale, contribuisce in modo concreto alla fidelizzazione delle persone.”

LI: “A chi si rivolge in modo particolare questo libro?”

I.M.: “Si rivolge a chi ha responsabilità di cambiamento dentro le organizzazioni, ma anche a chi vuole comprenderne meglio le dinamiche. Penso ai manager, ai responsabili HR, ai team IT, a chi si occupa di trasformazione digitale e organizzativa, ma anche a tutti quei professionisti che avvertono la necessità di ripensare il rapporto tra tecnologia, lavoro e persone. È un libro per chi vuole uscire da una visione semplificata dell’innovazione e adottare uno sguardo più concreto e sistemico.”

LI: “Se dovessi sintetizzare in una frase il messaggio centrale del libro, quale sceglieresti?”

I.M.: “Direi questo: mettere le persone al centro non è buonismo, è pragmatismo. Perché ogni trasformazione che parte davvero dalle persone ha molte più possibilità di produrre risultati concreti, duraturi e utili per tutta l’organizzazione.”

1. Di cosa parla People First?

Il libro affronta il tema della trasformazione digitale mettendo al centro le persone, non solo la tecnologia. Mostra come un approccio People First possa migliorare il lavoro quotidiano e rendere il cambiamento più efficace e sostenibile.

2. Che cosa significa approccio People First?

People First significa progettare strumenti, processi e modelli organizzativi partendo dai bisogni reali delle persone. In pratica, vuol dire considerare esperienza d’uso, abitudini di lavoro, adozione e impatto concreto sull’organizzazione.

3. Perché mettere le persone al centro è una scelta pragmatica?

Perché porta benefici misurabili anche per l’azienda. Un’organizzazione che lavora in ottica People First può ottenere maggiore adozione degli strumenti, più produttività reale, meno inefficienze, una migliore employee experience e una maggiore capacità di trattenere i talenti.

4. Qual è l’errore più comune nei progetti di modern work?

L’errore più frequente che si commette è partire dalla tecnologia anziché dalle persone. Quando il cambiamento viene guidato solo dagli strumenti, senza considerare comportamenti, cultura e modalità di lavoro, il rischio di scarso utilizzo e inefficienza aumenta.

5. A chi si rivolge il libro?

Il libro si rivolge a manager, professionisti, responsabili HR, team IT e a chiunque si occupi di innovazione organizzativa e trasformazione digitale. È rivolto a chi vuole comprendere come rendere il cambiamento più concreto, umano ed efficace.

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